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Ugo Duse: La "trilogia" di Dobbiaco
Quando fu costretto a dare le dimissioni dall'Imperial-Regio Teatro
dell'Opera di Vienna, Mahler concluse con Heinrich Conried un
contratto di quattro mesi quale direttore ospite per il Metropolitan
di New York. Erano i primi giorni del giugno 1907 e si chiudeva uno
dei più grandi periodi vissuti dal Teatro viennese. In quei giorni
si ammalò la sua prima bambina, e il 5 luglio moriva. Il 6 luglio la
moglie ebbe un collasso e fu chiamato un medico del posto dove
stavano trascorrendo le vacanze, anzi il loro luogo di villeggiatura
ormai da molti anni, Maiernigg, in Carinzia. Il dottor Blumenthal
non riscontrò nulla di grave alla signora; invitato per scherzo da
Mahler a sottoporlo ad una visita, lo trovò affetto da un vizio
valvolare bilaterale congenito. I malati di cuore nella sua famiglia
erano stati molti e quindi probabilmente c'era di mezzo un fattore
di ereditarietà. Quantunque il vizio valvolare fosse compensato, è
chiaro che si imponeva un cambiamento di vita, specialmente per
quanto concerneva le attività sportive cui il compositore si
dedicava: nuoto e alpinismo. Fu giudicato necessario invece che si
abituasse a camminare su sempre più lunghe distanze, ma con passo
uguale.
La sua superstizione nevrotica, la morte della figlia e la
cardiopatia riscontratagli convinsero Mahler a fuggire da Maiernigg.
Fu così che giunse ad Altschluderbach, a poco meno di un paio di
chilometri dal centro di Toblach in Val Pusteria. Si stabilì in casa
Trenker, una grande casa isolata al di là della ferrovia
Franzensfeste - Lienz - Wien. Evidentemente la sua malattia non era
molto grave, se poteva sopportare gli oltre 1200 metri (morirà sì
infatti di mal di cuore, ma per una endocardite lenta da
streptococcus viridians, indipendente dal vizio valvolare
congenito). Ma l'ipocondria lo aveva sempre posseduto; la morte
della figlia riaccese complessi di colpa di carattere familiare ed
egli si dovette sentire come l'albero abbattuto dal terzo colpo di
scure dell'ultimo tempo della sua
Sesta. Eroe vinto e
rassegnato. Questa sua rassegnazione compare in
Das Lied von der Erde,
uno dei capolavori composti tra casa Trenker e la piccola "Hütte" di
legno, distante dalla casa duecento metri, proprio in mezzo al
bosco. Ancor oggi, ogni tanto, sfiora questa capanna lo sguardo
triste dei caprioli che si spingono nelle vicinanze.
Nella tarda estate del 1907 cominciò a musicare i testi dei poeti
cinesi, regalatigli un giorno dall'amico Theobald Pollack; continuò
in USA il lavoro, senza tener conto dell'ordine in cui furono poi
definitivamente collocati, e la successiva estate portava a
compimento gli interludi che costellano qua e là i sei Lieder e che
non poca parte giocano nella grandezza di quest'opera, specialmente
quello che introduce alla ripresa di
Der Abschied.
Contemporaneamente inizia la composizione della
Nona Sinfonia.
Tornato nell'estate del 1909 in quello che considera ormai il suo
ultimo rifugio, pose termine a questa che fu la sua ultima sinfonia
compiuta e completò l'orchestrazione lì e durante l'ultimo viaggio
nella sua terra natia, la Moravia, di
Das Lied von der Erde.
I testi di questo ciclo, che non soltanto in ossequio alla sua
volontà, ma anche per ragioni strutturali sono una vera "sinfonia di
Lieder", sono tratti da una antologia di liriche cinesi compilata da
Hans Bethge e spaziano per più secoli di letteratura cinese. Del
Die chinesische Flöte
lo colpì soprattutto la lirica dell'epoca T'ang, come dimostra
la circostanza che musicò poesie esclusivamente scritte sotto quella
dinastia; quattro di Li-Tai-Po, e cioè
Das Trinklied vom Jammer der Erde,
Von der Jugend, Von der
Schönheit, Der Trunkene Frühling; una di Tschang-Tsi,
Der Einsame im
Herbst; una di Mong-Kao-Jen,
In Erwartung des Freundes,
ed una di Wang-Wei, Der
Abschied des Freundes. Le ultime due furono fuse in una.
Mahler tornò, con quest'opera, alla sua tecnica di manipolazione dei
testi dopo la parentesi di Rückert e vi tornò con lo stesso spirito
che aveva informato i suoi spesso drastici interventi sulle
canzoni da Des Knaben
Wunderhorn. Può esser opportuno, a comprovare quest'asserzione,
mettere in evidenza il triplice intervento su
Der Abschied, il Lied
che risulta dalla fusione delle due poesie di Mong-Kao-Jen e di
Wang-Wei. Non è infatti la fusione il dato più interessante
dell'elaborazione del musicista: in quest'ultimo Lied i cambiamenti
sono di una profondità e di un radicalismo senza precedenti. Ecco
come vengono trasformati i sei versi della poesia di Mong-Kao-Jen:
Versione originale
O
sieh, wie eine Silberbarke schwebt
Der Mond herauf hinter den dunklen Fichten,
Ich spüre eines feinen Windes Wehn.
Der Bach singt voller Wohllaut durch das Dunkel
Von Ruh und Schlaf..Die arbeitsamen Menschen
Gehen heimwärts, voller Sehnsucht nach dem Schlaf.
Versione di Mahler
O sieh!
Wie eine Silberbarke schwebt der Mond
am blauen Himmelssee herauf.
Ich spüre eines feinen Windes Weh’n
Hinter den dunklen Fichten!
Der Bach singt voller Wohllaut durch das Dunkel.
Die Blummen blassen im Dämmerschein.
Die Erde atmet voll von Ruh‘ und Schlaf.
Alle Sehnsucht will nun träumen,
die müden Menschen geh’n heimwärts,
um im Schlaf vergess’nes Glück
und Jugend neu zu lernen!
L'allargamento di queste due strofe è stato operato da Mahler
utilizzando dei versi ch'egli aveva composto a Kassel nel 1884. In
modo particolare gli ultimi tre versi sono quasi riprodotti
intergralmente.
Ancora, egli varia la chiusura del primo testo trasformando
l'ultima terzina in questa maniera:
Versione originale
Ich wandle auf und nieder mit der Laute
Auf Wegen, die von weichem Grase schwellen,
O kämst du, kämst du, ungetreuer Freund!
Versione di Mahler
Ich wandle auf und nieder mit meiner Laute
auf Wegen, die von weichem Grase schwellen.
O
Schönheit, o ewigen Liebens, Lebens trunk’ne Welt!
È evidente che l'abolizione dell'ultimo verso della terzina
originale altera tutto il significato della poesia. Sparito
l'ungetreuer è
scomparsa anche l'ultima possibilità di autodeterminazione. Ed ecco
allo Mahler sostituire all'Ich
della prima strofa dell'altra poesia - quella di Wang-Wei,
Er, e senza soluzione
di continuità, trasformare in tal modo l'attesa nell'attesa di un
commiato. E il senso profondo di questo commiato va ricercato nella
finale trasformazione che Mahler operò in chiusura della poesia di
Wang-Wei, e che fu l'ultima della sua vita:
Versione originale
Wohin ich geh? Ich wandre in die Berge,
Ich suche Ruhe für mein einsam Herz.
Ich werde nie mehr in die Ferne schweifen-
Müd ist mein Fuß, und müd ist meine Seele,
Die Erde ist die gleiche überall,
Und ewig, ewig sind die weißen Wolken...
Versione di Mahler
Wohin ich geh‘? Ich geh‘, ich wandre in die Berge.
Ich suche Ruhe, Ruhe für mein einsam Herz!
Ich wandle nach der Heimat, meiner Stätte!
Ich werde niemals in die Ferne schweifen.
Still ist mein Herz und harret seiner Stunde!
Die liebe Erde allüberall
Blüht auf im Lenz und grünt aufs neu!
Allüberall und ewig,
ewig blauen licht die Fernen,
ewig, ewig...
Come si addice ad una sinfonia di stampo ciclico, e pur tanto
rivoluzionaria, il primo Lied è una forma sonata, come pure il
quinto, anche se qui è più esatto parlare di Lied-sonata.
Von der Jugend e
Von der Schönheit
sono concepiti nella forma del rondò.
Der Einsame im Herbst
e Der Abschied
appartengono a quel regno particolare del Lied più intellettualmente
romantico ove la forma ha ormai un’ importanza molto relativa e
l'equilibrio dei rapporti tra voce e strumenti s'imposta su nuovi
criteri estetici, più chiaramente extramusicali, ma non in senso
letterario, quanto filosofico, considerando alle volte possibile,
per esigenze espressive interiori, un sovvertimento delle parti,
affidando alla voce una funzione complementare di valorizzazione
dello strumentale, se non conferendole addirittura un carattere
timbrico. Qui il
durchkomponiert spadroneggia ormai libero anche da
quelle poche norme che lo facevano considerare una forma.
Nell'estate del 1910 Mahler tornò per l'ultima volta in quella valle
dove i suoi amati "suoni di natura" già si stemperavano nelle luci
dei tramonti stravolte dai colori delle altissime rocce, soffocate
dal cupo verde dei boschi circostanti. E iniziò la sua
Decima Sinfonia, il
cui unico tempo completato, l'Adagio, testimonia, a mio avviso, il
consolidarsi della nuova maniera contrappuntistica mahleriana.
H. F. Redlich chiamò Das Lied
von der Erde, La Nona, e i frammenti della
Decima "la triologia
della morte". Egli spiegò cioè l'enorme salto qualitativo
rappresentato da queste opere, prese nel loro complesso, e
contemporaneamente l'accentuarsi di certi difetti già emersi nella
Settima, con la circostanza che alla stesura di queste tre
composizioni l'autore pose mano dopo aver preso coscienza della sua
malattia cardiaca.
Quasi seguendone il fatale decorso, egli avrebbe musicalmente
incontrato i fantasmi che sempre più gli si stringevano da presso,
sino all'ultima annotazione in margine allo
Scherzo della
Decima: "il diavolo
lo balla con me", in questo senso della perdizione e sotto questo
segno la sua ispirazione e la sua vita si sarebbero concluse.
La tesi di Redlich si basa sul dato inconfutabile della diagnosi,
anche se questa, posta nell'estate del 1907, non era di effettiva
gravità. Ma, come abbiamo detto, l'innata morbosa sensibilità
spingeva subito Mahler sulle desolate strade dell'ipocondria più
dolorosa. Essa si basa inoltre su accostamenti tematici che
starebbero a dimostrare la continuità del discorso, il suo
progressivo approfondirsi e simultaneamente sfaldarsi, in analogia o
meglio in sintonia con il succedersi degli accadimenti psichici e
biologici del malato, del concentrarsi e del disperdersi, in
inevitabile alternanza, delle sue situazioni cenestesiche. La tesi è
suggestiva nella sua disarmante ovvietà; essa cerca di porre su un
terreno diciamo pure concreto ciò che Bekker prima aveva pensato
di cogliere su di un piano ideale e ciò che Adorne e gli adorniani
avrebbero trasferito in seguito su di un piano decisamente
idealistico. Perché in definitiva Redlich ha il merito di essersi
fermato ai fatti nel proporre la tesi della "trilogia", e il
coraggio di aver elevato al rango di fatti alcuni elementi di natura
musicale, alcune costanti stilistiche reperite ma anche enfatizzate,
nelle tre composizioni. Egli raccolse per sempre nella sua
"trilogia", reinterpretandola, la tesi di Bekker, cui del resto
si rifà anche Adorno.
Parlare di una "trilogia" è giustificato da circostanze obiettive:
la frattura tra queste composizioni e il retorico annaspare dell'Ottava,
degna del suo autore solo per il primo tempo, è grande almeno quanto
quella che separa l'Ottava
dal gruppo delle sinfonie centrali; in un analisi delle ultime opere
a maggior ragione essa finisce con il distinguere nettamente ciò che
è stato composto prima
dell'Ottava
da ciò che è stato composto
dopo. Ciò che è stato composto dopo sono due sinfonie -
una sinfonia di Lieder, Das Lied von der Erde, una sinfonia in re
maggiore, la Nona - e due tempi di un'altra sinfonia che doveva
richiamarsi in qualche modo all'assunto della Divina Commedia: tre
opere quindi, la terza delle quali incompiuta. Chiunque vuol vederci
una "trilogia" ha tutti gli elementi in mano. Dal momento che si è
fatto anche per il Trovatore,
la Traviata e il
Rigoletto una
trilogia, nulla impedisce un simile modo di vedere le cose. Ma a
scanso di equivoci occorre mettere bene in chiaro che ragionando in
tal modo non si deve poi parlare di tetralogia a proposito dell'Anello
del Nibelungo, dove la continuità poetica, drammatica,
tematico-musicale è esplicitata in maniera tutt'affatto unitaria. Se
invece è l'unità, ai suoi vari parametri e nelle sue varie
manifestazioni, a determinare la forma triplice o quadruplice del
discorso, allora
è tanto improprio parlare di trilogia verdiana quanto lo è di quella
mahleriana.
Ciò naturalmente non disconosce un dato di fatto comune ad entrambi
i casi e di una certa importanza: quello di un ciclo cronologico ben
preciso con i suoi ben precisi contorni; mette solo in evidenza che
la stessa massima pregnanza biografica o autobiografica di un
determinato ciclo compositivo o comunque artistico non può assumersi
il ruolo di discorso con una sua ben definita unità formale, ma
venire al più legittimamente presentato come insieme di particolari,
plurime esperienze personali non riconducibili, in quanto
esperienze, ad una unitarietà che escluderebbe proprio la loro
molteplicità.
Das
Lied von der Erde
e la
Nona furono
composte nel pieno di una attività febbrile che portava Mahler a
spostarsi frequentemente dall'Europa agli Stati Uniti e viceversa
con fugaci riposi nel Sud Tirolo; anche la
Decima fu
incominciata in quell'atmosfera esagitata e in parte di
routine. Ora, dal
momento che la prima composizione di questo che si vuol vedere come
un ciclo, cioè Das Lied von
der Erde, fu iniziata dopo la rescissione del suo
rapporto con l'Opera di Vienna, perché non parlare di "trilogia dal
nuovo mondo" alla maniera di Dvorák? Perché non parlare addirittura
della "trilogia di Dobbiaco", alla maniera delle
London Symphonies di
Haydn? Non avrebbe minor senso di "trilogia della morte", né minore
obiettività.
Qual è allora la ragione principale che la morte, e nient’altro che
la morte, conferisca alle opere oggettivamente diverse quest’unità?
Perché uomini come Bekker, Redlich, Adorno, esegeti acuti ed
appassionati dell'opera mahleriana, si trovano accomunati in questa
valutazione? È forse vera del tutto o in parte, o non si cammina
piuttosto in equilibrio instabile sul filo dell'equivoco?
Precisiamo intanto che il discorso sulla
Decima va sospeso, e
che l'Adagio
rimastoci conferma tutt'al più una linea di tendenza, ma è pur
sempre un frammento che sul piano del linguaggio, della tecnica
compositiva, non va oltre la
Nona. Il problema dunque si restringe a
Das Lied von der Erde
e a quest'ultima. In secondo luogo, cerchiamo di rintracciare e
di vedere come si sviluppa il discorso sulla morte. Bekker espone
esplicitamente la tesi che la
Nona continui
idealmente la Terza
nel senso che dopo Quel
che mi raccontano i fiori di campo, Quel che mi raccontano gli
animali del bosco, Quel che mi racconta la notte, Quel che mi
raccontano le campane del mattino, e quel che mi racconta l'amore
- la tematica cioè appiccicata sopra la seconda parte
della Terza sinfonia
rispettivamente al secondo, terzo, quarto, quinto e sesto
movimento - Mahler con la sua ultima sinfonia compiuta ha voluto dirci
"quel che gli raccontò la morte". L'idea poetica quindi della
Nona è per Bekker
l'idea della morte. C'è un’ ispirazione extra-musicale, la morte,
che trascina con sé idee secondarie ma necessarie: la reminiscenza,
il rimpianto, la rassegnazione, l'annotazione di Mahler sul tema
principale del primo tempo allorché viene ripreso dal primo corno "o
giorni che dileguano, o perduto amore...", una figura di
Das Lied von der Erde,
altre autocitazioni sostanzierebbero le idee della reminiscenza e
del rimpianto, mentre l'Adagio
finale esprimerebbe compiutamente la rassegnazione.
Senza approfondire oltre vediamo come l'idea poetica di Bekker,
ancora in fondo legata ad un’ispirazione venuta dal di fuori - la
morte è in noi, ma noi siamo quasi sempre incapaci di viverla, per
cui essa arriva, ci viene
incontro, ci
ghermisce, e così via - si trasforma in fredda
constatazione cronachistica nella prosa, di Redlich, per divenire in
Adorno rispecchiamento della morte di un'epoca o addirittura sua
anticipazione, morte di un mondo, di una visione del mondo,
accompagnata da idee secondarie ma necessarie quali quelle di
decadenza, distruzione, autoannientamento. Queste idee, per Adorno,
si incarnano in definitiva hegelianamente in
Das Lied von der Erde
e sopratutto nella Nona.
Lo sforzo adorniano, meritevole di ogni rispetto, corre il rischio
pur nelle sue inopinabili conclusioni, d'esser del tutto vanificato
da maldestri discepoli. Elevata a principio l'estensione, creata la
categoria dell'estensionalità, essi iperdialettizzano, nuovi Adamo
da Piccolo Ponte, le contraddizioni, per cui essenzialmente dalla
Nona, in quanto
negazione assoluta, nascono per la positività che si cela proprio in
quella assolutezza le condizioni di tutta la musica che è venuta
dopo, dagli sberleffi e le urla dell'Espressionismo al
costruttivismo dei seriali, dai seriali pluriparametrici,
all'estetica musicale dell'aleatorietà. Con furore analitico che
maschera un'iconoclastia di fondo essi vanno a reperire tre note
qui, dieci note là, parafrasi della
Vedova allegra, della
Radetzky-Marsch,
di frammenti del Vascello
Fantasma, mettendoli sullo stesso piano dei riferimenti
a Beethoven, a Bruckner e a certe autocitazioni. Tutto questo,
mescolato a forzature cronologiche inammissibili come ad esempio
quella di mettere insieme la
Nona sinfonia con il
Pierrot Lunaire
unicamente perché entrambe furono per la prima volta eseguite nel
1912 (il che ha lo stesso valore di mettere sullo stesso piano l'Adagio
della Decima con
le composizioni dodecafoniche del 1924, dal momento che esso fu
eseguito per la prima volta allora), oltre che creare confusione è
segno di profonda malafede. È forse ancor più segreto dell'aspetto
equivoco della rivalutazione di Nietzsche come filosofo della
decadenza.
Il tema della morte è senz'altro dominante nelle ultime
composizioni, ma in fasi diverse e con valutazioni diverse.
Schematizzando si potrebbe dire che con
Das Lied von der Erde
compare l'inevitabilità della morte e che la categoria fondamentale
della Nona è
quella dell'attesa.
Das Lied von der Erde
segna la pace riconquistata. Pace o rassegnazione? Per colui
che è in vita questa distinzione non ha importanza. Pace è
rassegnazione e questa sintesi si pone al di fuori dei nessi
di causa ed effetto che semplificano ormai troppo, negando, per
convenienza, l'esistenza di processi statici avvertiti solo dal
senso e sui quali, ammettendo la possibilità in una brutta
descrizione fenomenica, deve essere iniziato il discorso. Questa
sinfonia di Lieder di fronte alla certezza della speranza mortale
rende la perduta serenità dell'uomo. Con questo canto della terra
Mahler sublima anche la sua negativa esperienza attraverso
il grande ritorno a casa, ad una terra dove tutto è già spiegato da
sempre perché non c'è nulla da spiegare. L'infinito è un limite se
ci si pone il problema del finito ma se questo problema non ha più
senso alcuno, il limite è solo nel rapporto che l'uomo ha con gli
altri uomini. Se questo rapporto lo commisura nella sua costante
mutabilità e pur tuttavia nella possibilità obiettiva di ridurlo ad
un insieme di fatti, sempre quelli, sempre, in fondo, riti di uno
stesso vivere, allora l'infinito è colto subito e placa e prepara a
morire. Il senso della vita è qui: saper morire tranquilli.
Nella Nona sinfonia
ciò che Das Lied von der
Erde ha raggiunto è assolutizzato in un suono che, come
dirà poi Alban Berg, è "puro come l'aria del Semmering". Tutto il
simbolismo di quest'opera è meraviglioso pur non avendo nulla a che
vedere con la volontà di parlare per simboli. Si avvicina piuttosto
ai linguaggi della morte che da
Die Kunst der Fuge
all'op. 135 di Beethoven e alla Nona
di Bruckner hanno caratterizzato le ultime composizioni
di questi maestri. Il tentativo compiuto da Alban Berg di penetrare
come criptico il linguaggio della
Nona è un tentativo
poetico, non di un musicista. Ciò fu possibile perché questa
sinfonia di Mahler scarica una violenta ondata di poesia su coloro
che l'ascoltano, e questa poesia è l'inevitabile scotto alla
ambiguità di ogni linguaggio musicale. Mal al di là dell'indagine
tematica, che pur quest'ambiguità rafforza, non è lecito andare; al
più può essere studiata formalmente per rendersi conto della
meravigliosa tecnica compositiva cui era pervenuto l'artista
attraverso l'incessante lotta per la chiarezza, attraverso
l'incessante autocritica che sempre dovette sostenere contro la
patente d'inattualità conferita alla sua musica. Ma ad essere
inattuale finalmente giunse, proiettando nel futuro la sua
Nona sinfonia.
Una corretta comprensione della
Nona è possibile solo
alla condizione di rinunciare, malgrado le tentazioni dei suoi
simbolismi, all'idea che essa sia "musica pura", perché l'autore,
anche quando ha abbandonato l'uso della parola chiarificatrice
ovvero è giunto a condannare un qualsiasi programma per le sue
sinfonie, non fa musica assoluta con il proposito di conquistare
quella bellezza cui fatalmente dovrebbe tendere la vera musica
secondo il credo hanslickiano, ma mette in suoni il contenuto della
sua stessa vita, esperienze, sofferenze, verità e poesia. Neppure i
maggiori periodi di crisi d'ispirazione lo indussero ad abbandonare
i criteri del "programma interno"; se mai fu proprio esso a venire
distorto, a consigliare soluzioni formalistiche. L'invito antico del
compositore ad ascoltare la sua musica come "una sua esperienza che
non può essere raccolta in parole" non fornisce tuttavia ancora la
chiave adatta a decifrare simboli e allusioni di cui si cementa
questa complessa struttura. Ma è poi possibile definire con
chiarezza che cosa si debba intendere per comprensione profonda di
un fatto artistico qualsiasi, quando i contenuti di questo fatto
sono stati simbolizzati all'estremo attraverso un processo
discontinuo? Qui le difficoltà sembrano essere davvero
insormontabili e l'unico aiuto ci viene forse dato da quelle poche
parole rintracciabili nella lettera scritta nel lontano 1896 a Max
Marschalk. "La mia esigenza di esprimermi musicalmente nella forma
sinfonica inizia solo quando dominano le oscure sensazioni, e
dominano sulla soglia che conduce all'altro
mondo; il mondo
in cui le cose non si scompongono più nel tempo e nello spazio."
Se noi quindi appoggiamo le nostre speranze di comprensione della
musica di Mahler su queste dichiarazioni, dovremmo di fronte alla
sua Nona chiederci innanzi tutto quali possibili esperienze e
sofferenze abbia vissuto il suo autore e quali oscure sensazioni le
abbiano accompagnate come cause o conseguenze: ciò in pratica
significa avventurarsi in una ricerca ai limiti della psicologia del
profondo del Maestro. Ciò non può non scandalizzare la critica forte
di formulari estetici, ma di questo avventurarsi sulle soglie dell'altro
mondo, quel mondo che non si lascia storicizzare se non
come oggetto di scoperta, costituisce a nostro avviso la sola via
non sicura ma meno insicura per cercare di sintonizzare gli sparsi
frammenti di esperienze individuali con le esigenze di espressione
dell'artista. Naturalmente ogni modo di esprimersi tende, anche a
livello patologico, a un duplice obiettivo: comunicare con altri e
chiarire meglio a se stessi ciò che si dice e nel contempo il perché
si senta l'esigenza di esprimersi. Questa duplice obiettiva
condizione dell'esprimersi comporta la necessità di ricorrere alla
forma come forma di inquadramento, successione, concatenazione e
presentazione dei contenuti, una forma peculiare a quei dati
contenuti ma che non potrà mai essere evitata pena la gestualità di
un soliloquio. Anche la forma con cui l'esprimersi si realizza aiuta
perciò a penetrare meglio il senso di quanto viene comunicato.
A nostro avviso però non si tratta di una riflessione sublimata
sulla morte risolta nel fatto artistico o di una riflessione
sull'inevitabilità della morte, vuoi vista come abbandono della
dolce vita, vuoi sentita come liberatrice delle sofferenze; in tal
caso ci verremmo a trovare in presenza di letteratura messa in
musica, sia essa l'accettata letteratura di
Tod und Verklärung di
Strauss o la non accettata letteratura dell'op. 29 di Rachmaninov o
dell'op. 128 di Reger.
La riflessione letteraria sulla morte, poetica o filosofica che sia,
quasi mai implica nel riflettente una condizione fisica di
precarietà; ma il malato che è vicino a morire sente la morte, si
vede morire, prende coscienza fisica e psichica del suo morire e,
nei momenti di più grande familiarizzazione col suo prossimo nuovo
stato, vive continuamente la propria morte. La Nona sinfonia è
l'esperienza di morte vissuta razionalmente, della morte certezza
conquistata, un'esperienza a guardar bene spiegabilissima dopo
Das Lied von der Erde
che abbiamo visto costituire il primo appressamento al distacco
dalle miserie della vita nella panica prospettiva di un ritorno alla
terra che sempre rifiorisce. Come
Das Lied von der Erde,
come poi avrebbe dovuto essere per la
Decima, anche la
sinfonia in re maggiore
ha i due tempi estremi lenti, l'Andante
comodo in re maggiore, il primo, l'Adagio
in re bemolle maggiore, l'ultimo, che costituiscono
l'essenza della particolare forma ritenuta dall'artista idonea a
chiarire appunto agli altri e a sé le esperienze dominate dalle
oscure sensazioni in quelle particolari circostanze date nell'uomo
comune dall'accumularsi dei fattori di crisi, dal drammatico loro
esplodere, dal loro esaurirsi in una prolungata sospensione
dell'angoscia. Questa sinfonia è appunto, come
Das Lied von der Erde,
e come poi avrebbe dovuto essere per la
Decima, divisa in tre
parti, cui non corrispondono i vari movimenti. Mahler divise sempre
d'altronde, dalla Quinta
sinfonia in poi, fatta eccezione per l'Ottava, le sue
opere in tre parti. La caratteristica delle tre ultime composizioni
rispetto alle altre sta nel fatto che le parti estreme sono
costituite da movimenti lenti, le parti centrali da movimenti mossi,
come, nel caso della Nona
il Ländler
e il Rondó-Burleska;
anche la durata del primo movimento è pressoché uguale a quella
dell'Adagio,
mentre lo Scherzo
e il Rondò
hanno insieme la durata di ciascuno degli altri due.
Das
Lied von der Erde
ci ha
lasciati con uno splendido congedo,
Der Abschied, pieno
di rassegnazione e di fiducia nel grande ritorno alla terra e le
oscure sensazioni che dominavano quell'esperienza di morte erano
tutte tese a placare le inutili ribellioni dell'uomo orientandolo
alla demistificazione del tragico, all'assunzione di quei valori che
si credono posti al di là della storia e che soli sembrano fare
della morte una non privata vicenda, ma un accadimento necessario.
Il primo tempo della Nona
sinfonia vive l'esperienza del distacco nel passaggio
dal collettivo all'individuale, dalla partecipazione al rito della
rinuncia alla ritualità. Non più l'addio alla terra per il ritorno
alla terra, ma l'addio ai giorni passati, ai bei sogni della
gioventù. È stato osservato come abbiamo già detto che in questo
primo movimento abbondano le citazioni: il tema della morte dell'Ottava
sinfonia di Bruckner, una reminiscenza del "Lebewohl"
della Sonata Les Adieux
di Beethoven cui possono aggiungersi due autocitazioni,
la prima Das klagende Lied,
la seconda da Das Lied von der Erde. Queste citazioni esistono e
fanno parte del discorso sulla riflessione letteraria a proposito
della morte, propria degli anni giovanili di Mahler, e
sull'esperienza della morte come eterno ritorno od eterno presente e
nel grande tutto recentemente vissuta, o che ora viene a trovarsi in
posizione conflittuale con la nuova esperienza interiore. E non è
forse senza importanza mettere in evidenza un frequente richiamo al
primo movimento della sinfonia in
si minore di
Caikovskij, una citazione volutamente distorta che sospinge verso
l'alto, ai registri acuti, ciò che nell'originale curvava a un dato
momento ineluttabilmente verso il grave, quasi un'estrema ribellione
al processo autodistruttivo che l'ultima sinfonia del musicista
russo dolorosamente celebra.
I due movimenti centrali esplicano la drammatica crisi. Elementi
vitalistici, disordinati, in un discorso spesso incoerente,
caratterizzano il Ländler,
un goffo muoversi nel passato, nelle sue ingenuità come nelle sue
rivalità; ed elementi di lucida ossessione connessi alla propria
recente vita di artista, alla musica stessa, magari ai suoi vicini
destini, sono sin troppo chiari nel Rondò-Burleska, dedicato ai suoi
"fratelli in Apollo": qui volontà di conservazione e di rottura
cozzano continuamente in un equilibrio che blocca ogni via d'uscita
in un'organizzazione del disordine che fa dell'iterazione coatta la
sola possibilità di sviluppo non tanto dell'individuo quanto
dell'intera società. L'ironia, e forse stavolta "im Sinne des Plato
eironeia", è l'apice della crisi perché è un aspetto della
regressione verso il sentimento del tragico: l'animalità del
Wunderhorn nella sua
cattiva infinità malgrado le prediche di Sant'Antonio; a temperarla
sopravviene un episodio corale dal quale si sviluppa in seguito il
tema principale dall'Adagio finale, quasi che l'uomo abbia capito
alla fine di non essere altra cosa rispetto alla foresta e che
dietro quei neri abeti lui pure, animale pieno di terrore, attende
l'alba perché solo nell'azzurro risente la vita. L'ultimo movimento
che senza alcun dubbio contende a
Der Abschied, al
primo tempo della Nona
e all'Adagio
della Decima, il
Primato tra le pagine più ispirate di Mahler, dissolve nelle ragioni
del dolore, liberato dalla disperazione ma reso più acuto dal
ricordo, l'addio alla vita agognato in quella pace bruckneriana
depurata con gli anni delle sue ambiguità mistiche e richiama a
tratti le terse, rarefatte atmosfere dell'ultimo Lied della
"sinfonia di Lieder".
Mahler sapeva ormai di dover morire, il suo cuore malato glielo
ricordava ad ogni battito. Con la sua Nona che ha trasmesso qualcosa
di più alto che un ideale di bellezza o di perfezione musicale pura.
Ha cercato di rivelarci un lungo momento in cui gli si è chiarito il
senso della morte. Questo sentimento spinto al limite va al di là
della musica che non può essere quindi né impura, come non può
essere né puro né impuro un sentimento che supera le anguste
categorie della terminologia terrena. Quel sentimento può essere
sentito come concordanza o sensazione, sensazione o empatia, come
del resto la Nona sinfonia,
un mistero dei nostri tempi alla penetrazione del quale necessità in
ultima analisi il goethiano "affaticarsi al rombante telaio del
tempo per tessere la vivente veste della divinità" dello Spirito
della terra; così il musicista stesso indicò un giorno in calce a un
questionario, inviatogli da un anonimo, per rispondere di che cosa
vivesse e che cosa lavorasse quando creava.
E in questo mistero sta l'ultima consequenzialità terrena di Mahler;
poiché anche nella sua speranza, anche nella sua certezza, la morte
è pur sempre assai più misteriosa della vita, dovevano essere resi,
per chi ha sempre inteso copiare dalla natura, solo esclusivamente
ricordi passati ed oscure sensazioni. |